di Chiara M. Travisi

In sanscrito la parola tapas designa un ardore, un calore bruciante e dunque, per estensione, il termine tapas compare nelle fonti testuali di varie tradizioni yogiche a designare uno sforzo ardente, un esercizio che sviluppa calore, o la disciplina fiammeggiante e mai vacillante del praticante. Ancora oggi, si designano come tapasvin, gli asceti che si sottomettono a pratiche di austerità estreme, tapasyā, che nessun centro o scuola di yoga occidentale contemporanea si sognerebbe mai di proporre, e nemmeno di citare. In realtà, si tratta di pratiche ancora diffuse nel sub-continente Indiano, come ci si accorgerebbe passeggiando durante un Maha Kumbh Mela (raduno periodico di asceti di varie sampradaya). Tra le altre, il celebre urdhva bahu, la pratica in cui il tapasvin perde intenzionalmente l’uso di una o due braccia legandosi l’arto in modo che rimanga ritto verso l’alto, finché non diventa come un ramo secco.

Tralasciando la discussione sul ‘perché lo facciano’ che potrebbe portarci a scoprire che le ragioni ci accomunano più di quanto si possa sospettare, questo esempio demarca una differenza formale e sostanziale tra quegli asceti e i praticanti di Iyengar yoga. Mi spiego meglio. Nessun insegnante di Iyengar yoga ci ha mai chiesto né mai si sognerà di chiedervi di fare pratiche estreme: questo non è nemmeno in discussione, ovviamente. Tutta la nostra pratica è invece sempre incentrata all’armonizzazione del corpo, dapprima per raggiungere una condizione di ‘salute’ e, successivamente, per l’immersione nel corpo come supporto e luogo di esercizio della capacità discriminatoria e, quindi, di meditazione. Ciò che però ci accomuna al tapasvin è la costanza, la disciplina, la determinazione e l’uso del corpo come strumento di ‘educazione’. Anche se il parallelo può sembrare assai ardito, ci accomuna il fatto che si è consapevoli che è richiesto uno ‘sforzo’ in vista di un obiettivo: benessere fisico, salute, anti-stress, serenità, equilibrio, fino (per chi si volesse cimentare) acquietamento delle vrtti e dissolvenza del soggetto (Io).

La modalità di sforzo è tuttavia diametralmente opposta. Il tapasvin classico ricerca e accetta addirittura una condizione di ‘dolore’ vero e proprio. Noi, viceversa, sappiamo che con il dolore non si può scendere a compromessi, in nessun caso, e che la sua traccia, nel corpo, lascerebbe un segno troppo profondo e comunque controproducente.

Viceversa, pur mantenendo la costanza, dobbiamo farci guidare dall’idea di “ragionevole sforzo” e valutare sempre le condizioni al contorno in cui pratichiamo. Ogni giorno il nostro corpo è diverso, ha bisogni diversi e reagisce in modo diverso nella pratica degli asana o del pranayama. Quello che abbiamo mangiato, la tensione nervosa che abbiamo accumulato, il grado di affaticamento mentale o fisico, un infortunio, gli impegni o i piccoli imprevisti: tutte questi vincoli – che Prashant Iyengar chiama “addressals” con uno dei suoi neologismi – cambiano in continuazione e dobbiamo tenerne in conto. La nostra pratica personale deve essere in grado di adattarsi e renderci adattabili alle condizioni esterne, siano esse favorevoli o sfavorevoli. In una parola, assai in voga, la pratica deve essere un allenamento alla resilienza sia fisica che psicologica ai continui mutamenti che ci avvengono intorno (personali, professionali, ecc.), e non un ambito di competizione. Il ‘ragionevole sforzo’ di superare eventuali limiti (rigidità o debolezze) date dalla nostra costituzione non deve mai trascendere (con una pratica ‘aggressiva’) e diventare dolore fisico o frustrazione psicologica perché “non ci siamo riusciti”. D’altro canto, la pigrizia o l’indolenza non sono le condizioni di vincolo al contorno a cui faccio riferimento. Corretto indulgere in una pratica passiva e delicata se siamo in una condizione di convalescenza o stanchezza, ma non farla diventare la ‘nostra’ pratica per pura abitudine. L’incredibile gamma di esercizi corporei introdotta da Iyengar, i props e gli insegnanti di questa tradizione ci saranno fondamentali per cominciare a gestire le condizioni al contorno, ma anche l’allievo (in prima persona) potrà cominciare, sotto la loro guida, a farsi carico di accudire le parti di sé che hanno bisogno di essere accudite e stimolare le parti che devono essere stimolate, in un continuo alternarsi dell’una e dell’altra con capacità di giudizio e discriminazione. Concludendo: ragionevole sforzo, resilienza e liberarsi dalle abitudini!