di Chiara M. Travisi

Recentemente una persona, non allieva dell’Istituto, commentando una delle lezioni online che abbiamo fornito in questi giorni di quarantena, ci ha rivolto questa domanda: “Mi sembra che questi esercizi siano molto tecnici… ma lo yoga non dovrebbe essere una cosa spirituale?”. Sono stata molto colpita da questa domanda per diverse ragioni.

Anzitutto, la domanda aveva come sottinteso la contrapposizione tra fisico-corporeo e spirituale-mentale. Ovvero, se “uso” il corpo l’esperienza che faccio non può essere “spirituale-mentale” e, viceversa, se sono “spirituale-mentale” non “uso” o non posso usare il corpo perché ciò renderebbe triviale la mia esperienza.

Si tratta di un dualismo che nella nostra cultura si è fatto terreno comune e sottinteso implicito al punto che non riusciamo nemmeno più a vederlo in atto, quando ragioniamo, parliamo, ci confrontiamo. Eppure, ormai da decenni le scienze cognitive ci parlano di una mente diffusa nel corpo, di una mente che è corpo.

Al di là del senso di disagio che sempre mi provoca utilizzare il termine “spirituale”, così strumentalizzato e abusato nella vulgata della comunità yogica più pop e mainstream, identificare yoga con spirituale rischia di portarci dunque lontano dal senso tradizionale di questa disciplina, quantomeno se non ci chiariamo sul significato di questo concetto, “spirituale” appunto, altrimenti estremamente scivoloso.

In secondo luogo, la parola “tecnica” veniva utilizzata con un’accezione negativa. Ma, cos’è lo yoga se non l’implementazione di tecniche incarnate (embodied) con l’obiettivo di raggiungere un fine ben preciso?

Se prendiamo ad esempio Patanjiali come riferimento testuale, il suo yoga è la tecnica (il metodo) per curare per una distorsione del plesso della cognizione (chiamiamolo mente o cervello se più vi aggrada) che ci induce in errori percettivi (sul piano degli organi di senso) e più in generale – muovendoci, in una parabola tipica del Samkya, dalla grossolana carne alla sottile essenza di pensieri (buddhi) – in una esperienza di vita mai diretta e discriminante (viveka), ma sempre mediata dalle esperienze precedenti, secondo il modello di raga-dvesa (mi piace/non mi piace) e di smriti/nidra (metto in memoria/metto in oblio).

Il paradigma medico – che non è solo Patanjialiano ma trasversale a molte fonti testuali – ci dice che, sostanzialmente, il praticante di yoga è un soggetto “malato” (o in grado di vedersi come “malato”) che si auto-somministra lo yoga come terapia per la guarigione. La malattia non è il mal di denti o il sovrappeso, la bronchite o la rigidità muscolare. Salute e prestanza sono effetti collaterali positivi di una pratica che mira ben più in là del benessere fisico. Analogamente la malattia non è l’essere incarnati, l’essere corpo. La vera malattia da curare è la mancanza di capacità discriminatoria che ci fa vivere in una nebbia percettiva e di giudizio.

La guarigione, dunque, non è diventare “spirituali”, ammesso che qualcuno sia in grado di darne una definizione sensata, bensì, osservare la realtà in modo non mediato, come il vivekin, colui che vede veramente le cose come stanno.

Ora, cosa mai centrano gli asana che pratichiamo e la tecnica che implementiamo con questo obiettivo assai ambizioso? Centrano eccome. Il nodo centrale è il verbo “vedere”. Il vivekin è colui che vede, e che si vede oggettivamente al di là di influenze pregresse ed etero-dirette. Nella pratica degli asana, la nostra capacità di “vedere” e “discriminare” si allena sulla grossolana “carne”, sul corpo, perché è quanto di più oggettivo e inconfutabile abbiamo a nostra disposizione. Quello che non è “nostra carne” è di per sé più soggetto ad interpretazione: il corpo è quindi l’ambito d’esercizio più “semplice” e “sicuro” da bias ed errori cognitivi.

Nonostante ciò, quando incominciamo questo lavoro di implementazione di tecniche sul corpo (asana e pranayama), ci accorgiamo di quanto in realtà persino il nostro corpo e la nostra carne siano a noi sconosciuti, disabitati da anni, terre di nessuno dove la nostra intelligenza non si è mai scomodata a posarsi. Le sensazioni che proviamo quando eseguiamo delle posizioni a volte ci spaventano: scambiamo fatica con dolore, indolenza mentale con sforzo fisico, e viceversa. Non conosciamo la sensazione di aprire la pianta del piede o di estendere la colonna. Ci accorgiamo che il nostro corpo è vittima di automatismi e che non c’è capacità discriminatoria nemmeno nel palmo della nostra mano.

Nella pratica degli asana, guidata con la tecnica insegnataci da Iyengar, la nostra capacità di “vedere” e “sentire” (intesa in modo sinestetico come somma di tatto, gusto, olfatto, udito, vista) si immerge nel campo delle percezioni corporee (enterocezione) e si allena in una palestra, un microcosmo, più facile da decodificare della realtà nel suo complesso. Immaginiamo di essere degli scalatori principianti. Prima di affrontare la complessità e gli imprevisti di una vera parete rocciosa, faremo prima esperienza delle tecniche da utilizzare in una palestra artificiale, dove conosciamo le prese e dove non possono scatenarsi vento, pioggia o altri imprevisti. Analogamente, nello yoga, la capacità discriminatoria va dapprima allenata sul corpo, per poi essere applicata fuori dal tappetino nella vita di tutti i giorni, dove si gioca la vera partita.

Il corpo diventa supporto (alambana) per allenare attenzione, concentrazione e capacità discriminatoria. In questo Guruji è stato innovatore e pioniere dello yoga moderno.

Una volta, in una intervista Iyengar ha detto, col suo solito sense of humor: “Se non vedete neanche la punta del vostro alluce, come potete vedere il vero Sé?”

Attenzione dunque a non abusare della parola “spirituale” se non con un opportuno disclaimer.