di Chiara M. Travisi

Trikonasana, o posizione del triangolo, è senz’altro una delle posizioni in piedi (Utthita Sthiti) più emblematiche, iconiche e affascinanti dell’Iyengar yoga. B.K.S. Iyengar l’ha in effetti rivoluzionato e perfezionato facendone uno dei primi punti di accesso dei principianti alla pratica degli asana ma anche una sorta di approdo del praticante esperto del metodo.
Accessibile ai neofiti, è adatta a tutte le età e può essere praticata senza rischi anche in condizioni particolari (ciclo mestruale, gravidanza, mal di schiena, debolezza, ecc.), laddove invece altre posizioni in piedi sono precluse o più difficilmente gestibili. La sua accessibilità non la rende tuttavia una posizione banale o priva di aspetti interessanti.

Trikonasana è infatti una posizione tecnicamente molto complessa che può essere padroneggiata realmente solo dopo molti anni di pratica. La posizione “mette a nudo” la colonna e consente di farne una lettura posturale interessante e rivelatrice al pari di Tadasana. L’insegnante esperto la può addirittura utilizzare per capire quali sono i punti di forza e di debolezza dell’allievo ed aiutarlo a progredire, non solo in quel particolare asana, ma in tutti i gruppi di asana (in piedi, seduti, in avanti, indietro, capovolte). Non a caso, Geeta Iyengar la utilizzava frequentemente nelle classi mediche per rilevare la presenza di eventuali torsioni, scoliosi, o disequilibri nella colonna vertebrale degli allievi. Proprio durante la Celebrazione del Centenario della nascita di Guruji, tenutasi a Pune lo scorso Dicembre 2018, Geeta Iyengar fece eseguire Trikonasana per aiutare una giovanissima allieva a comprendere il perché avvertisse palpitazioni durante la pratica delle posizioni in piedi.

Anche Prashant Iyengar le ha riservato un ruolo di prim’ordine, dedicandogli un intero libro dal titolo “The alpha and omega of Trikonasana”. In questo breve ma densissimo testo, Trikonasana diviene appunto l’emblema della pratica delle yog-asana. Prashantji la prende come esempio per spiegare come la pratica degli asana nell’Iyengar Yoga non sia esclusivamente un’attività ginnica, come l’odierna immagine mediatica degli asana tende ad enfatizzare.
Anche la stragrande maggioranza dei praticanti, secondo Prashant Iyengar, franintende il significato degli asana associandoli all’idea del “fare un asana” o “fare yoga”. Il “fare un asana” è la porta d’ingresso a un processo successivo che sposterà l’allievo dall’iniziale, necessario e imprescindibile “fare per fare” al fare per: allertare, attivare, sensibilizzare, rendere percettivo, rendere riflessivo, concentrare, ascoltare, vedere interocettivamente, ecc. Ciò, conclude Prashantji, richiede un’osservazione acuta e affilata della relazione tra i tre maggiori attori della pratica degli asana – corpo fisiologico, mente e respiro – che si costruirà negli anni con una pratica regolare.