di Chiara Travisi

Asana are a great academy for the embodiment”. Si aprì con questa frase di Prashant Iyengar la prima sessione di pratica delle celebrazioni per il Centenario della nascita di Guruji, B.K.S. Iyengar. Vediamo come Prashant articolò questa frase per esplicitarne il significato.

“[…] Come principianti, i praticanti hanno bisogno di tecniche pratiche per approcciare il proprio embodiment.” : ovvero, il proprio corpo fisiologico (o “incarnazione” se preferiamo tradurre il termine con la visione tipicamente Indiana del ciclo di vita, morte e rinascite, saṃsāra).

“[…] tuttavia, quando siamo “iniziati” comprendiamo che la pratica degli asana non è mera tecnica o tecnica fine a sé stessa. […] dapprima pratichiamo per attivare body-mind-breath. […] Successivamente, dobbiamo portare sensibilità nella pratica delle yog-asana, per diventare consapevoli. […] Da lì inizia il processo di viveka.”

In altre parole, il percorso del praticante di asana inizia col portare l’attenzione a qualcosa, il corpo, che è un a priori (cioè un dato di fatto ineludibile) ma che è, nella routine quotidiana, completamente non percepito e relegato al ruolo di mero contenitore. È solo successivamente che il praticante comincia a sviluppare una attitudine alla percezione del corpo che cresce gradualmente e si affina portando maggiore sensibilità e consapevolezza.
“Azione, sensibilità e consapevolezza dovrebbero essere integrate, connesse e messe in relazione”, dice Prashant.

Ad un certo punto, dunque, la pratica deve cambiare i suoi connotati e, da formalismo ginnico e tecnico, diventare un vero e proprio processo dinamico.
Tale transizione, tuttavia, non va programmata ma va piuttosto coltivata, favorendo un certo tipo di attitudine del “fare yoga”. È esattamente in questo senso che la pratica è “pratica” e si contrappone a un processo di apprendimento più teorico-filosofico.

“ […] La pratica diventa un processo di diagnosi: identificare priorità nel sistema corpo-mente-respiro, a seconda delle condizioni associate al contorno. La pratica diventa un processo di negoziazione e un processo di raffinamento”, dice ancora Prashant.

Quindi di nuovo, la pratica, nel suo essere “pratica” è necessariamente vincolata alle condizioni al contorno: quali sono le mie priorità fisiologiche, come mi senso oggi, cosa ho mangiato, qual è il mio stato mentale, ecc. Ecco perché Prashant parla di processo di negoziazione. Negoziare con il proprio stato fisiologico, emotivo, mentale e con le numerose condizioni al contorno (impegni familiare, professionali, ecc.).

La pratica non può quindi prescindere dalle condizioni al contorno, con le quali deve viceversa negoziare. In questo impianto, non esistono quindi nemmeno dogmi nel fare “asana”. Non esiste un solo modo di usare il nostro mattoncino di legno né un solo modo di utilizzare gli altri props, ma esisteranno molteplici modi tutti ammessi purché dettati dall’intelligenza discriminatrice del corpo.

Solo in questo modo, “[…] every endeavor will be an educational process.” Ogni sforzo sarà giustificato se sotteso da un processo educativo, nel senso appena descritto.

– Pune, 3 Dicembre 2018 –